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1918 dialettica dell'Armistizio - Vol. 4

Dialettica dell'armistizio

Introduzione

In una piazza di una grande città aveva avuto luogo una manifestazione intesa ad esercitare pressione sulla Pubblica Amministrazione per certe questioni. Secondo gli organizzatori vi aveva partecipato più di un milione di cittadini e bisognava tenerne conto. Un rapido confronto tra la superficie della piazza e lo spazio occupato da ciascun manifestante (considerati anche coloro che avevano 46 centimetri di piede), stabilì tuttavia che i presenti non potevano essere più di sessantamila. Anche di ciò bisognava tenere conto per le novità e le restrizioni da inserire nelle relative deliberazioni. I provvedimenti pubblici che seguirono riguardarono, tra l’altro, anche limitazioni della gratuita circolazione di talune categorie sui mezzi pubblici. L’agevolazione fu però conservata ai Cavalieri

di Vittorio Veneto. Tale sensibilità, secondo i politici, non poteva non incontrare il consenso della cittadinanza. Un poco come avveniva in certe critiche situazioni insomma, quando si faceva suonare qualche melisma per attenuare discordanze e tensioni. Così fu, infatti, finché qualche guastafeste osservò che il più giovane reduce della Grande Guerra doveva avere sui 105 anni. Il pur lodevole sforzo dell’Amministrazione ebbe in tal modo scarsa applicazione e sembrò perfino una presa in giro. Una contestazione della norma apparve in ogni caso impensabile. La verifica dei fatti può talvolta chiarire concetti, nei quali può albergare qualche dubbio insospettato. Si potrà obiettare che la storia dovrebbe essere esente da verifiche. Ciò non si può invece dire per la storiografia, in quanto questa risulta sensibile alle tendenze del tempo e alla rassegna di credenze predominanti esposte da individui interessati. Oltre ai ricordi della memoria, esistono i non ricordi della memoria, che possono però continuare a lavorare nei recessi della nostra mente e a un certo punto reclamare i propri diritti, come ha sostenuto il critico triestino dell’arte moderna Gillo Dorfles ne “Gli scherzi della memoria”. - Per esempio la storiografia romana del periodo repubblicano era ostile ai Sette Re di Roma; quella dell’epoca imperiale sottovalutava i precedenti valori, e così via. Anche alla narrazione storica sembra pertanto applicabile l’intuizione di Esopo: “Il mare non è burrascoso: sono i venti a renderlo tale”. Scopo del presente lavoro, voce fuori dal coro e certamente non priva di lacune, non è discutere le credenze delle folle. Gustave Le Bon, psicologo sociale francese, ha già spiegato che sarebbe come discutere con un ciclone. La finalità rimane quella propria della scrittura: fare luce dove c’è buio. Non si può in ogni caso ignorare che è difficile portare la fiaccola della verità in mezzo alla folla senza bruciare qua e là qualche barba o parrucca. Ma il problema di oggi deve essere risolto con gli occhi di oggi. Ogni fatto ne nasconde spesso un altro e la giustizia èquella realtà che permette di capire le ragioni dell’altro. L’autore cerca questa seconda realtà anche senza la certezza di trovarla, ma con una passione non indebolita dalle difficoltà. Egli non è un ricercatore prestato alla letteratura; semmai il contrario. Queste pagine sono un garbato, coraggioso tentativo di una sistemazione logica del reale, degli eventi, cioè di cose che da sole, senza la parola scritta, non avrebbero senso, come scrisse il giornalista Antonio Tabucchi ne La Repubblica del 26 novembre 2005. La separazione del grano dal loglio rimane una parabola da non sottovalutare. Fa parte della ragione umana comprendere come due popoli contigui, appartenenti alla medesima civiltà contadina, non abbiano potuto considerare e tramandare le tante cose in comune. Non si dimentichi che il Veneto è la regione dove sono venute a franare le Alpi, come lo sono il Tirolo e la Carinzia nell’altro versante alpino. Se ciò è stato impedito, il fatto è qualcosa contro natura. Rimane il fatto che, mediante ingegnose alchimie, taluni segmenti della realtà sono stati talvolta divulgati in maniera non sempre corrispondente alla verità. Lo conferma un esempio di facile ricettività a causa del nome del suo ideatore, per il quale la scuola ha predisposto notevole avversione. Il Principe di Metternich proibì la pubblicazione di libri di saggistica inferiori alle 320 pagine. Egli sapeva che al di là di quella dimensione, ogni opera diventa un mattone, impenetrabile al comune lettore. A costui rimaneva solo la magra consolazione di credere al contenuto senza altre cognizioni. Potrebbe essere stato fatto altrettanto anche per quanto riguarda altri argomenti, Grande Guerra compresa? - Se il clima era lo stesso che aveva indotto Italo Svevo, Alberto Moravia, Curzio Malaparte e Leo Valiani a cambiare i propri cognomi, non è un’ipotesi da escludere a priori. Potrebbe essere accaduto che molti di noi siano incappati in gabbie concettuali riguardo alla Grande Guerra, dalle quali è arduo uscire? - Potrebbero esistere situazioni non chiare che, una volta risolte, dimostrano il loro vero contenuto, ossia il vuoto di contenuti, come è stato il caso delle agevolazioni sui mezzi pubblici ai benemeriti Cavalieri di Vittorio Veneto, cui si accennava in premessa? A pensar male si commette peccato, ma si indovina, sostiene un longevo e arguto politico. Gli anticorpi sono indispensabili alla salute, diciamo noi. Per questo dubbio sono state scritte queste righe spoglie di facile credulità coloniale. Esse vorrebbero soltanto essere dei gradini nella presunzione che gli scalini siano stati inventati per salire, magari in futuro. L’opportunità è offerta dalla libertà di stampa di cui ancora godiamo, la quale consente il bene più prezioso: la libertà di parola, secondo Diogene Laerzio, come si constata in Diogene il Cinico. Il fatto che le idee espresse in questo libro, specialmente quelle che sembrano clisteri mentali, siano minoranza rispetto all’ampia pubblicistica di segno diverso, è trascurabile. Anche la gioventù è oggi minoranza, ma che intelligenza di una società sarebbe mai quella che per questo trascura la gioventù? La struttura dialogica del presente lavoro è stata considerata più agevole e d’altronde esistono autorevoli esempi classici nella letteratura greca antica. Alcuni passaggi sono destinati a far riflettere. - L’accenno all’assassinio dell’Arciduca Rodolfo d’Asburgo a Mayerling, per esempio. - Nerio de Carlo sa forse qualcosa di più sull’argomento, finora ufficialmente considerato come un duplice suicidio? Anche l’allusione alla Beatificazione dell’ultimo Imperatore della Casa d’Austria, nel frattempo intervenuta, è emblematica. Si può supporre che a Nerio de Carlo siano state confidate notizie, magari con la raccomandazione di non divulgarle in dettaglio prima di una certa data? In caso affermativo, tali informazioni dovrebbero provenire, forse, da qualche componente delle Delegazioni partecipanti alle trattative di pace nel 1919 a Parigi. Sono supposizioni, alle quali non è facile rispondere e che non hanno pertanto ancora un valore storico. “Scrivere la storia è rischioso”, sostenne lo scrittoreLorenz Jäger nel Corriere della Sera del 22 novembre 2005. L’autore non vuole con queste pagine “scrivere la storia”. Egli si definisce un dilettante. Con la curiosità e lo stupore dei dilettanti egli tenta un approccio con concetti finora poco usati, ma non trascurabili, cui si aggiunge la libertà dei lettori di percorrere, o meno, lo stesso cammino usufruendo della propria extraterritorialità personale. Spesso non si tratta di modificare la storia, ma di completarla. Una vera dialettica consiste in una tesi, in un’antitesi e in una sintesi. Per le prime due dimensioni vi saranno sufficienti ragionamenti nelle pagine che seguono. Per quanto riguarda la sintesi, si confida nell’intelligenza e nell’equilibrio dei lettori, i quali dovrebbero essere consci che gli scrittori incontrano non di rado i loro personaggi solo dopo che essi li hanno creati. Che poi rimangano delle domande in sospeso, questa è la migliore dote di un libro. Un particolare ringraziamento va a quanti hanno contribuito, con i loro consigli, a rendere questa pubblicazione meno politicamente scorretta. Il fiume Piave riceve nuovamente in questo lavoro la connotazione femminile attribuita nei secoli dalle nostre genti. Il carattere transessuale di dannunziana memoria, che nell’opera “La Nave” era ancora femminile, non si addice al corso d’acqua in questione. Allo stesso modo non si giustifica la sua maschilità per meriti di guerra. I fiumi sono stati creati affinché il paradiso scenda sulla terra, vi rimanga e consideri i corsi d’acqua un altro paradiso. Non per altro. Non sorprenderebbe comunque sentir dire: “Non ho letto questo libro, ma non mi piace”. - Noi rispondiamo che sarebbe un’ingiustizia voler dare a ognuno la stessa cosa. L’astratto impulso di verità, col quale è stato composto questo mosaico, potrebbe infatti sembrare insopportabile perché vero. Per questa opera sono infine certamente gratificanti le espressioni del Console Generale della Repubblica d’Ungheria a Milano, con le quali il Diplomatico ha voluto accompagnare la concessione del proprio patrocinio: “Nel libro l’intento principale è quello di migliorare le nostre conoscenze storiche degli eventi attraverso una serie di segnalazioni e tesi sostenute da fonti scritte fedelmente riportate allo scopo di chiarire alcuni punti confusi della storia”. 



Diotisalvi Perin



Prefazione 

Almeno quattro generazioni ci separano ormai dai gloriosi combattenti della Grande Guerra. Come tramandare allora ai giovani l’edità dei nostri padri, i valori di patria, di sacrificio, di ideali, di supremo altruismo? Tenendo viva la memoria, parlando, raccontando, o scrivendo un libro come questo.
Sono le persone come Diotisalvi Perin che non permettono che il silenzio cali sul nostro passato, senza il quale non saremmo qui, e soprattutto, non saremmo noi.
 
Lodovico Giustiniani


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