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1917-1918 la guerra nelle retrovie della Linea del Piave - Vol. 2

La guerra nelle retrovie della linea del Piave



Clicca qui per vedere alcune pagine del libro

Introduzione

La visione consolidata della Grande Guerra corrisponde allo scontro pluriennale tra grandi eserciti su diversi fronti, amplificata da propagandisti e idealisti. Ciò corrisponde in gran parte alla realtà, perché allora si combatteva prevalentemente in uniforme.
Due furono tuttavia le componenti innovative che contrassegnarono quei combattimenti: il rilievo delle informazioni e il maggiore coinvolgimento delle popolazioni civili nelle sofferenze belliche. Il servizio informativo poteva avvalersi di una moderna tecnologia, impensabile nelle precedenti campagne militari. Le sofferenze nelle retrovie erano la conseguenza dell’aumentato potere distruttivo delle nuove armi, non paragonabili a quelle usate soltanto qualche decennio prima.

 
Nel presente lavoro non compaiono, pertanto, gli spostamenti delle Armate e le relative strategie, oppure le aspirazioni territoriali. Mancano pure la guerra dei sovrani e quella delle ideologie. Lo spazio è dedicato alle storie personali di chi ha vissuto in prima persona quegli avvenimenti e ha ritenuto utile propagarne gli aspetti umani.
La selezione dei documenti ha privilegiato due generi di memorie sembrate più adatte a delineare fatti poco noti della Grande Guerra. Di altri episodi traboccanti di ambizione c’è infatti già abbondanza, ipertrofia ed 
 
esagerazione.
Alcune intuizioni di De Carlo potranno anche apparire insolite, ma non per questo da escludersi a priori. Egli sa quello che dice, anche se è lecito pensare che non dica tutto ciò che sa su taluni argomenti.
Le immagini riprodotte nel volume integrano le storie raccontate, in quanto esse testimoniano, oltre alle sofferenze della gente, le devastazioni subite dal territorio che pure è base e dimensione delle nostre comunità.
 
Diotisalvi Perin



Prefazione 

Quante sofferenze corrono alla memoria ricordando i giorni del fronte, ormai “dimenticato”. Macerie, distruzione, danneggiamenti, morali e fisici.
La Prima Guerra Mondiale segnò infatti indelebilmente le nostre terre e la nostra gente. Nel 1918 il castello di San Salvatore presentava un paesaggio triste e desolato. Sotto i colpi dell’artiglieria erano andati perduti i palazzi comitali, sbrecciata la cinta muraria, danneggiato gravemente Palazzo Odoardo, disastrate tutte le chiese, perso il ciclo d’affreschi del Pordenone, abbattuto parte del borgo, colpita la torre grande e dissestata l’azienda agricola. Un commentatore dell’epoca ricordava che era “perduto il gioiello, la gemma dei castelli medievali, non solo del trevigiano, ma del Veneto tutto e forse d’Italia”. Ma non fu così. Proprio allora, nel momento più difficile, cominciò da parte della famiglia Collalto una lunga e tenace opera di ricostruzione dell’azienda agricola nonchè il recupero del patrimonio artistico e paesaggistico di San Salvatore.
I lavori, proseguiti per tutto il Novecento, trovano in questi giorni compimento con la restituzione di Palazzo Odoardo, riportato agli antichi splendori settecenteschi da un attento intervento conservativo.
Desidero inoltre ringraziare, grazie alla felice occasione offertami dalla presente pubblicazione, Diotisalvi Perin per l’ammirevole impegno con cui conduce le sue appassionate ricerche storiche e paesaggistiche che riscoprono il prezioso passato delle nostre terre. Un passato che deve diventare fondamenta del nostro futuro.

Manfredo di Collalto e San Salvatore

Susegana, marzo 2003


Postfazione

Ho accettato volentieri l’invito del sig. Perin Diotisalvi ad esprimere un pensiero che accolga e accompagni la nascita e il cammino di questo libro. Un motivo, non secondario, vuol essere un segno di riconoscenza per l’impegno che il sig. Perin si è assunto, accettando l’eredità del compianto Vincenzo Colognese alla guida dell’Associazione Culturale “Museo del Piave”, in qualità di Presidente che gestisce il “Museo del Piave la Grande Guerra 1914-1918,” a Caorera comune di Vas, Belluno. La sua presenza, il suo impegno ed entusiasmo, suffragati da notevole esperienza, ha contagiato e coinvolto noi collaboratori. Fare memoria di avvenimenti o persone è bello, anzi direi, è doveroso per conoscere la verità tutta intera fino in fondo, in profondità in tutti i suoi aspetti positivi e negativi, nelle grandi cose e anche nelle piccole cose; a volte però è facile cadere nella retorica, come fine a se stessa, mentre deve essere un momento importante per soffermarsi e riflettere sulle cause, le circostanze e gli effetti per trarne sempre un insegnamento per la vita. Il tempo dedicato allo studio e approfondimento della storia è molto prezioso e qualificante, per la crescita e maturazione della persona. Si dice tanto che la storia è “magistra vitae”, è maestra della vita, quindi dovrebbe insegnare i giusti comportamenti facendo tesoro degli errori fatti per non ripeterli. Invece, se ci guardiamo un po’ attorno, vediamo come certi episodi, certi avvenimenti, certi momenti storici non hanno insegnato nulla o poco. Si dice anche: “Nemo profeta in domo sua”, nessun è profeta in casa sua. A volte i pregi e i carismi di una persona sono conosciuti e apprezzati fuori del proprio paesello, dalla propria nazione. Si dice pure che i genitori generalmente sono sempre gli ultimi a venire a conoscenza delle marachelle o errori dei figli, perché?… La memoria ci deve aiutare a scoprire e valorizzare in modo particolare quello che è capitato e ancora succede attorno a noi, nel nostro territorio, nel nostro tessuto socio-culturale. In questo sopralluogo devono essere comprese le dimensioni dell’antichità paleoveneta, delle numerose vicende storiche-culturali della nostra terra e la spiritualità della nostra gente. Nell’ultimo periodo l’attenzione è giustamente rivolta al Beato padre Marco D’Aviano quale esempio di lealtà e di difesa delle realtà che gli antenati ci hanno lasciato in eredità, per un logico sviluppo e non per incomprensibili e ingiustificate regressioni. Saper cogliere e apprezzare con lealtà e senza falsa modestia fatti e persone che incontriamo nel nostro quotidiano. Tutto questo è possibile e quindi doveroso se ci sentiamo stimolati a conoscere con coraggio e serietà la verità oggettiva e profonda di ogni evento o persona, sia in positivo come in negativo. Auguro di cuore a questo libro una lieta accoglienza e un glorioso cammino. 

Dalla Longa don Luigi 
Parroco di Vas


Rassegna stampa

Pubblichiamo un terzo dei comunicati stampa fatti pervenire ai vari giornali. Purtroppo una parte dei nostri comunicati stampa, che riguardano: problemi ambientali del Piave, viabilità, ponti, stoccaggio gas-metano, cave, ricerche storiche ecc., viene cestinata a scapito dei lettori. In alcuni articoli ci sono delle piccole imprecisioni che non sono a noi imputabili, mentre per altri senza foto o ridotti per motivi di spazio, ce ne scusiamo.

Nel letto del Piave, sotto le ghiaie, ci sono ancora quantità di bombe inesplose della guerra 1917-18, ad ogni brentana moltissime vengono alla luce (vedi foto a pag. 159) a causa dello spostamento delle ghiaie causato dalla forza dell’acqua; oppure altre bombe vengono alla luce da scavi autorizzati ed abusivi. Negli anni ’90 è venuta alla luce una pericolosa bomba della Seconda Guerra Mondiale, per rendere innoquo l’ordigno fu fatta evacuare una parte della popolazione di Ponte della Priula. Qualche anno fa il ponte della Priula, quello stradale e quello ferroviario, vennero a trovarsi in una situazione di pericolo causa una piena del fiume (di 1.000 mc./sec., mentre le più grandi piene sono sui 5.000 mc./sec. Come quella del 4 novembre 1966), se la piena fosse stata più forte avrebbe irrimediabilmente eroso i due ponti. Questa situazione si era venuta a creare per l’asporto abusivo di ignoti di grandi quantità di ghiaia sulla mezzeria del fiume a valle del ponte ferroviario. Ad ogni brentana anomala le profonde erosioni del ponte, a partite dai primi piloni in riva destra negli anni ’80, sono state tamponate con grossi massi (anche da 150 quintali) di roccia. Nei primi anni del terzo millennio le profondissime erosioni (vedi foto a pag. 159) si sono estese ai piloni della riva sinistra con una profondità di 12/13 metri, il caso ha voluto che questi piloni siano stati consolidati negli anni ’80 per circa 15 metri; quindi hanno servito moltissimo i nostri esposti alle autorità per un rapido intervento per tutto il ponte. Per centinaia di anni il letto del Piave era pulito con una pendenza di circa 2 metri per chilometro, ora la pendenza (salto) da monte a valle dello stesso ponte ferroviario è di circa 13 metri con la conseguente aumentata velocità dell’acqua.

 


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