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1917-1918 l'anno del Piave - Vol. 1


"Gli uomini sono pronti a morire
 per qualunque idea,
purche non sia loro del tutto chiara."
(Gilbert K. Chesterton)

L'anno del Piave



Clicca qui per vedere alcune pagine del libro

Introduzione

Bisogna conoscerli bene i fatti: poi, se c’è motivo di odiare, è giusto odiare.
Questo pensiero di Euripide dovrebbe accompagnare l’insegnamento della storia, ma così non è. Troppe sono, infatti, le pagine ripetitive, retoriche, precettistiche. Lo ammetteva anche Lodovico Antonio Muratori nel XVIII secolo. Già al tempo dei Romani la storia rimandava all’oratoria. Era definita “ars oratorum”, cioè disciplina utile alla persuasione e, in definitiva, alla politica.
Il tempo separa le cose che passano da quelle che restano. La Grande Guerra è lontana nel tempo, ma presente nei ricordi dei ricordi. Bisogna prendere le distanze da un certo modo di pensare, basato sulla propaganda, e privilegiare la verità. Si dimentichino eccessi come “guerra santa”, “fatidici eventi”, “sacro recinto”, “sacra guerra”, “fulgidi destini, che la

Provvidenza sa riservare e elargire” e altra simile benedetta inflazione scaturita dal trionfalismo lievitante tra le due guerre mondiali, per il quale l’avversario era comunque sempre un mostro. Celebrare non vuol dire mitizzare. Bisogna conoscerli i fatti. Lo scopo del presente lavoro è di ricordare che la bilancia deve sempre avere due piatti, altrimenti non si conoscerà mai il peso esatto. Sono state, pertanto, introdotte indicazioni storiche solitamente taciute o non ancora del tutto note, al fine di indurre una riflessione equilibrata.
Questa esposizione non è convenzionale, ma diversa da altre opere sull’argomento tinte di emotività. Essa è ugualmente distante da certi canti, per i quali si confida nel buon senso o in un intervento della Comunità Europea per smorzarne l’animosità, se questa ne avrà il tempo. In ogni caso è una voce fuori dal coro, caratterizzata da espressioni rafforzative del pensiero con evidente scarsa educazione coloniale.
Potrà stupire che tale ricerca provenga da De Carlo. Secondo talune considerazioni anagrafiche egli dovrebbe essere, infatti, contiguo a una visione parziale, non equa, della Grande Guerra. Così non è. L’autore conosce la concezione trionfalistica, non esente da crisi di rigetto, che avvolge quel tragico evento. Anch’egli ha avuto dubbi, forse insinuati da autorevoli esperienze familiari, sulla attendibilità di talune affermazioni.
Per questo motivo non ogni riga, bensì ogni parola, della presente pubblicazione è documentata e documentabile. Sarà poca cosa di fronte alla stratificazione operata senza possibilità di alternative, che non è ancora evaporata, ma nel tempo non ci sono soltanto il passato e il presente. Ci sarà, crediamo, anche il futuro e non vorremmo che le future generazioni, una volta scoperte alcune verità storiche, ci accusino di complicità con la strumentalizzazione. In ogni caso, qualora si sia incorsi in sempre possibili inesattezze, sarà gradito apportare le dovute correzioni sul-la base delle relative verifiche.
La Grande Guerra fu un’inutile strage, come la definì Benedetto XV nella nota papale del 1° agosto 1917, la quale fu ovviamente ignorata, essendo uno strumento di pace. Il direttore del settimanale cattolico di Udine, don Guglielmo Gasparutti, per aver pubblicato la nota papale rischiò la fucilazione (Toni Zanette, Il Piave, novembre 1999).
Bisogna conoscerli bene i fatti, sosteneva Euripide. Un bravo scrittore, secondo Vidiadhar, deve sempre disturbare. Infine, come sostenne John le Carrè, provocare significa indurre la gente a pensare. Prendere o lasciare.
A tutti i caduti e ai morti civili, a qualsiasi schieramento fossero appartenuti, non va un retorico elogio, ma un commosso, afflitto pensiero di umana pietà. Che il loro destino indichi mete migliori per tutti!

Diotisalvi Perin 



Prefazione 

Quante sofferenze corrono alla memoria ricordando i giorni del fronte, ormai “dimenticato”. Macerie, distruzione, danneggiamenti, morali e fisici.
La Prima Guerra Mondiale segnò infatti indelebilmente le nostre terre e la nostra gente. Nel 1918 il castello di San Salvatore presentava un paesaggio triste e desolato. Sotto i colpi dell’artiglieria erano andati perduti i palazzi comitali, sbrecciata la cinta muraria, danneggiato gravemente Palazzo Odoardo, disastrate tutte le chiese, perso il ciclo d’affreschi del Pordenone, abbattuto parte del borgo, colpita la torre grande e dissestata l’azienda agricola. Un commentatore dell’epoca ricordava che era “perduto il gioiello, la gemma dei castelli medievali, non solo del trevigiano, ma del Veneto tutto e forse d’Italia”. Ma non fu così. Proprio allora, nel momento più difficile, cominciò da parte della famiglia Collalto una lunga e tenace opera di ricostruzione dell’azienda agricola nonchè il recupero del patrimonio artistico e paesaggistico di San Salvatore.
I lavori, proseguiti per tutto il Novecento, trovano in questi giorni compimento con la restituzione di Palazzo Odoardo, riportato agli antichi splendori settecenteschi da un attento intervento conservativo.
Desidero inoltre ringraziare, grazie alla felice occasione offertami dalla presente pubblicazione, Diotisalvi Perin per l’ammirevole impegno con cui conduce le sue appassionate ricerche storiche e paesaggistiche che riscoprono il prezioso passato delle nostre terre. Un passato che deve diventare fondamenta del nostro futuro.

Manfredo di Collalto e San Salvatore

Susegana, marzo 2003


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